"Forse si tratta di affrontare quello che verrà
come una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà.
Forse si tratta di fabbricare quello che verrà
con materiali fragili, senza sapere come si fa"
"Dovevamo partire in tre
Io te e l’amore
Ma uno non è venuto e
non so il perché
Dovevamo partire in tre
Io te e l’amore
Ma uno non è venuto e
e non si parte."

dell’amore si è vittime, come di una febbre o di una bancarotta. un virus che si insinua nel corpo, malgrado tutti i tentativi per bloccarne l’ingresso. avevo le difese abbassate, non stavo osservando. non ero pronta, non lo si è mai. lo odiavo. l’amavo. lo amavo così tanto che lo odiavo. il semplice fatto che lui esistesse era sufficiente ad irritarmi: talmente lontano che certe notti sembrava di impazzire. volerlo così vicino da entrargli dentro, sottopelle, stringere quel cuore fino a inglobarne il calore e restarci senza mai uscire. ero dipendente e non vivevo che di lui. non era un amore sano, ma dio mio se era bellissimo. ricorderò sempre la me stessa di allora, ingenua innamorata, con tutta la tenerezza possibile.

sembra strano dirlo considerato il sali scendi emotivo di questi mesi, ma è tempo di scegliere. è tempo di rallentare la corsa e farsi assorbire dalle conseguenze delle mie azioni. mi sono ripromessa di non scappare più, di guardare in faccia le persone e aprire il cuore. sono stanca e quello che mi appresto a fare certo non mi farà sentire più rilassata. ma non posso starmene ferma immobile mentre la vita continua a passare davanti. per cui, scelgo. dico basta ai rapporti che non mi danno più niente e non mi freno per paura di rimanere da sola. decido di vedere l’amore che se n’è andato per capire cosa fare e provare a uscire dallo stallo. prendo quel libro che mai ho avuto il coraggio di correggere e inviare per paura dell’opinione del mondo. mi butto su quei libri perché voglio finire questo percorso di studi, non mi manca niente se non la fiducia in me stessa. perché c’è una cosa che continuo a imparare in queste settimane lunghe una vita: l’unica persona che non mi lascerà è dentro queste braccia. devo prendermene cura, devo essere un po’ egoista e chiudere qualche porta quando è necessario. non posso farmi in quattro sempre perché nessuno sarà mai contento, perché ogni volta qualcuno potrebbe andarsene e io ho bisogno di non sentir sparire la terra sotto i piedi. mi ripeto che posso farcela, non sono debole. ora lo so. devo solo partire per questo ennesimo viaggio.

mi chiedo come si faccia a dire che l’amore è cosa facile. allora perché trattare un argomento all’apparenza banale in così tanti libri, film, canzoni da mettere a ripetizione? la favola romantica con l’happy ending dietro l’angolo. la verità è che l’amore è il motore del mondo ed è tanto bello quanto feroce. non ammette sbagli, è faticoso, richiede compromessi e infinita pazienza. porta a delle scelte e io ci sono proprio nel mezzo, sulla punta del coltello indecisa fra quale parte desiderare per la caduta. caduta in alto, verso la fatica gonfia di speranza; caduta in basso verso lo strazio di ripartire da sola per la seconda volta. e il tempo scorre, non ammette ritardi. tic tac. dal fondo della mia apatia, sento che la morsa stringe forte la gola e io non respiro più.

a Londra era un altro giorno di pioggia, correvo con i pacchetti sotto il braccio evitando le pozzanghere. sorridevo pensando alle poche ore che mi separavano dal suo abbraccio e l’acqua diventava niente più che una carezza sulla pelle. vicino alla libreria dove di solito mi perdevo a leggere per ore c’era una catena di cibo vegetariano, entrai dentro afferrando uno yogurt di soia ai mirtilli e mi misi in fila. c’era tanta gente e la cosa che mi stupì fu che nessuno aveva un’espressione serena in volto. erano tutti di fretta, spazientiti, qualcuno guardava fuori con sguardo assente e solo i bambini si divertivano ad acchiapparsi fra gli espositori delle bevande. al momento di pagare mi trovai alla cassa un ragazzo dalla carnagione scura, il berretto rosso in testa e un paio di occhiaie che la dicevano lunga sulla sua stanchezza. mi colpirono però i modi gentili con cui mi accolse, il calore che mise dentro la conversazione nonostante dietro di me ci fossero clienti in attesa. “sei italiana? mi sembravi francese” uno dei complimenti più belli, che tutte le volte fa accendere il sorriso. non so se lo colpì la mia goffaggine o il fatto che non avevo fretta, che scelsi di godermi ogni istante di quel dialogo senza correre via. si rilassò. al momento di darmi il resto mi disse “ti ringrazio. ho avuto il turno di notte e sono a pezzi. sei la prima persona che oggi è stata gentile. ti ringrazio tanto per il tuo sorriso” uscii con le guance rosse e stetti per mezzora nel reparto narrativa per bambini in libreria. avevo il batticuore per la gioia di aver fatto un regalo così piccolo ma sentito. non so perché ho aspettato tanto per scrivere quest’episodio, sono passati due anni. ma la tenerezza di allora è di nuovo qui, a farmi sentire utile. a farmi star bene. è tanto bello sorridere e regalarsi al mondo.

momenti che ti toccano il cuore e restano, non solo nelle fotografie. quando sono felice non riesco a rendere su carta la profondità dei sentimenti che vivo a pelle, sulla carne viva, nel battito di una lacrima gonfia d’emozione o dentro un sorriso aperto. la prima è il ridere, l’altra la speranza. insieme, un nodo stretto d’affetto. mancano, ma sono qui. le sento accanto. mi escono fuori frasi spezzate perché è tutto ancora troppo recente per fermarlo e catturarlo nel tempo. so che questo scritto non rende loro giustizia, ma come la volpe del Piccolo Principe ho bisogno di addomesticare il cuore. di rendermi conto della poesia che ho vissuto in questi giorni, di nuovi abbracci scoperti e mani pronte ad afferrarmi prima di cadere. ero me stessa in un modo così ingenuo e libero che sento affacciarsi lacrime agli occhi ancora una volta. sono le foglie del mio albero. non sono più sola, radicata nel terreno con il busto curvo e infossato al suolo. adesso protendo verso la luce del sole, verso i miei soli. i r-ami si riempiono della clorofilla dei sempreverdi e i sorrisi hanno trovato la strada per arrivare da me.

devo riuscire a respirare, tirare su la testa e alzare gli occhi al cielo. non posso più nascondermi o farmi sommergere. è tempo di imparare ad essere ciò che sono: un tronco spezzato che riprende a fiorire. niente paura.

"I’ve seen enough to know it’s lonely where you are
Above the crowd
Feet dangling from a rooftop
She waits from ledges for a voice to talk her down
Nothing matters but the pain when you’re alone
Never-ending nights when you’re awake
When you’re praying that tomorrow it’s okay
There will be a time to crack another smile
Maybe not today or for a while
But we’re holding on to laugh again some day
To laugh again some day"

domenica è stata una di quelle giornate in cui senti il cuore galleggiare e ringrazi il cielo di vivere in questa pelle. ho trovato una delle mie migliori amiche sul pianerottolo, una sorpresa lunga tutta la strada che ci separa tra Roma e Volterra. e la sera, quando il sole è andato giù e il vento della notte ha preso a soffiare, ho giocato col carbone, ho sputato fuoco, mi sono sentita bene, a casa. ho trovato la mia dimensione, gli sforzi di questi mesi non sono stati vani. sono forte, rinasco ogni volta e quella fenice che porto sempre al collo presto la inciderò sulla spalla, vicino al cuore. a ricordarmi che se voglio posso fare tutto ed essere felice.