momenti che ti toccano il cuore e restano, non solo nelle fotografie. quando sono felice non riesco a rendere su carta la profondità dei sentimenti che vivo a pelle, sulla carne viva, nel battito di una lacrima gonfia d’emozione o dentro un sorriso aperto. la prima è il ridere, l’altra la speranza. insieme, un nodo stretto d’affetto. mancano, ma sono qui. le sento accanto. mi escono fuori frasi spezzate perché è tutto ancora troppo recente per fermarlo e catturarlo nel tempo. so che questo scritto non rende loro giustizia, ma come la volpe del Piccolo Principe ho bisogno di addomesticare il cuore. di rendermi conto della poesia che ho vissuto in questi giorni, di nuovi abbracci scoperti e mani pronte ad afferrarmi prima di cadere. ero me stessa in un modo così ingenuo e libero che sento affacciarsi lacrime agli occhi ancora una volta. sono le foglie del mio albero. non sono più sola, radicata nel terreno con il busto curvo e infossato al suolo. adesso protendo verso la luce del sole, verso i miei soli. i r-ami si riempiono della clorofilla dei sempreverdi e i sorrisi hanno trovato la strada per arrivare da me.


devo riuscire a respirare, tirare su la testa e alzare gli occhi al cielo. non posso più nascondermi o farmi sommergere. è tempo di imparare ad essere ciò che sono: un tronco spezzato che riprende a fiorire. niente paura.


I’ve seen enough to know it’s lonely where you are
Above the crowd
Feet dangling from a rooftop
She waits from ledges for a voice to talk her down
Nothing matters but the pain when you’re alone
Never-ending nights when you’re awake
When you’re praying that tomorrow it’s okay
There will be a time to crack another smile
Maybe not today or for a while
But we’re holding on to laugh again some day
To laugh again some day

domenica è stata una di quelle giornate in cui senti il cuore galleggiare e ringrazi il cielo di vivere in questa pelle. ho trovato una delle mie migliori amiche sul pianerottolo, una sorpresa lunga tutta la strada che ci separa tra Roma e Volterra. e la sera, quando il sole è andato giù e il vento della notte ha preso a soffiare, ho giocato col carbone, ho sputato fuoco, mi sono sentita bene, a casa. ho trovato la mia dimensione, gli sforzi di questi mesi non sono stati vani. sono forte, rinasco ogni volta e quella fenice che porto sempre al collo presto la inciderò sulla spalla, vicino al cuore. a ricordarmi che se voglio posso fare tutto ed essere felice.


ieri sera c’era un cielo freddo e bellissimo, forse il preludio di un’estate che fatica ad arrivare ma è nelle retrovie. camminavo veloce fra l’erba, la voce di lui al telefono e negli occhi le scene di “the notebook, le pagine della nostra vita” che avevo rivisto durante la cena. quel film mi fa male, ogni volta. ma è toccante e se mi ci imbatto non riesco a dire no. rivedevo Ellie che correva incontro a Noah sulla spiaggia e ripensavo a quanto avevo corso anch’io sulla sabbia una mattina di ottobre. con il sole sulle spalle e lui che si faceva fare le foto in un costume a scacchi, il sorriso acceso. ripensavo alle loro parole, quelle urlate in aria dopo il ritorno da una vita quasi perduta: “noi siamo così, litighiamo. non sarà facile, però io voglio stare con te.” allora mi mordo il labbro perché ero stata io a dire che eravamo come loro, diversi ma complementari, e alla fine c’è stato un addio sotto la pioggia. ieri camminavo e lo ascoltavo parlare con una sensazione che non era più la stessa. stavo bene, eppure tra noi il cambiamento, il dolore che mi ha reso diversa e per certi versi più forte. adesso sono pronta a tenergli testa, anche solo per una battuta. quando improvviso, ecco il distributore dove quel giorno ero arrivata con un anticipo di un’ora. con l’illusione che se avessi aspettato lì e non a casa, a fare avanti e indietro sul tappeto sotto gli occhi di tutti, il tempo sarebbe volato via prima. un luogo che per me ha assunto le dimensioni di un guscio vuoto: provo il niente quando ci passo, non sento né rabbia, né dolore. la pellicola protettiva che si è presa cura di me da febbraio è scesa su ogni cosa che toccasse un ricordo rendendomi quasi estranea, apatica. eppure ieri è nato un sorriso, uno di quelli un po’ spezzati ma quanto meno sinceri. due ragazzi in bicicletta, lui alla guida e lei ritta in piedi sul sellino dietro, si divertivano a fare zig zag fra le pompe di benzina sotto gli occhi sconcertati di chi metteva il pieno. ridevano, lei i capelli di una tinta rossissima, lui gli occhiali e una camicia a quadri. si guardavano quando si trovavano a girare, lei gli mandava baci volanti che lui acchiappava in maniera scherzosa. il tempo di riprendere il fiato della salita e mi sono staccata da quella vista, il cuore in pace e lui che al telefono scherzava su come mi divertivo a bruciacchiare le pizze. l’amore è potente, simile ma diverso per tutti. non ci si può mettere la ragione nel mezzo perché non si arriva da punte parti. richiede gli sforzi di una vita insieme, con la malattia e la vecchiaia che avanzano; è scherzoso e tenero negli anni dell’adolescenza dove ci si sente padroni del mondo e non importa il resto; è doloroso quando non ci si aspetta che finisca e  lascia il vuoto di mesi d’oblio. c’è una maniera per uscirne indenni? io vorrei solo non cadere di nuovo a pezzi.


una mia conoscente è partita per andare a studiare arabo in Spagna. sapeva giusto un po’ d’inglese, ma in tutto questo tempo è riuscita ad ottenere persino una borsa di studio alla volta di Parigi. in cinque anni tre lingue, due paesi, culture diverse e tra poco partirà alla volta di Tunisi per non fermarsi. un’anima errante, forte. invidio le sue scelte, il coraggio di afferrarle a mani piene. vorrei poter fare lo stesso. partire per il nord e  diventare cittadina del mondo, lasciare indietro le paure. buttarmi. perché a me manca proprio questo, il lasciarmi andare. sono brava nell’adattarmi alle situazioni, amo viaggiare e conoscere persone, luoghi, svegliarmi su due ruote e continuare a correre. vorrei una vita così, una di quelle che la sera vai a letto e chiudi gli occhi non sapendo che cosa ci sarà domani. ma il timore, i doveri mi tengono a freno. so già che non potrei andare a vivere dall’altra parte del mondo perché il mio posto è accanto alla famiglia e per me già l’Europa è un dono. mi andrebbe bene, ma prendere e partire senza un lavoro o la compagnia di un punto di riferimento mi spaventa. perché non riesco ad alzare le braccia e farmi cadere? perché devo sempre puntare sul sostegno dell’altro? in passato facevo tutto da sola, ero indipendente e riuscivo a tirarci fuori le gambe quando c’era un problema. adesso se qualcuno non mi accompagna e mi fa prima rendere conto della situazione, io resto immobile. perché? passerà mai questa paura?


Mia cara Consorte
Rispondo alla tua cara lettera da me tanto gradita
mi trovo molto contento ne legere la tua letera da mè tanto gradita
dove sento che state tutti bene.
Io sarei in perfetta salute di tornare a chasa.
No vedo lora e il momento di tornare a chasa
per abraciarvi tutti e baciarvi di chuore.
È già diverso tempo che io mi trovo in questo manicomio ricoverato,
distaccato da voialtri
dunqe prochurate quanto prima divenirmi a pigliare e portarmi i panni.
Non potete immaginare quanto brami di tornare a Cecina,
che qui mi par d’ essere in esilio.
La pazienza non mi manca, ma da un giorno, all’atro mi scapperebbe;
se non mi, facessero partire.
Stò contento, allegro, solo desidero di stare insieme, in famiglia.
Cara consorte mi raccomando a te e al mio caro fratello Robuamo
dunque non mi abbandonate sul fiore di mia vita.
Che io non vi o mai abbandonato scuserete
se qualche volta vi offeso con parole
ma il cuore è sempre amoroso con voialtri tutti quanti
ricevi tanti saluti e baci dal tuo affezionatissimo
Consorte Agapito

Dalle cartelle cliniche, lettere mai spedite ai destinatari.


Oggi ho tanta paura. Questo mondo è selvaggio, un po’ contro natura. Sogno al contrario, spesso ho nostalgia: un bel giorno che piove, vieni e portami via

stasera una persona dolcissima me l’ha dedicata. trattenevo le lacrime e ho toccato un sorriso che nasceva. penso che la distanza sia solo un impedimento fisico. e che tra le due Irene sia lei.


Adesso non mi chiedono più di me. Non discutiamo di amici, cotte che nascono e film da guardare mangiando cinese. Ora sono un numero di un esame, a volte neanche quello. Molti mi hanno tolto il saluto, altri sono partiti per terre lontane e non si sono guardati indietro. Mai, neanche una volta. Servo nel momento del bisogno, poi mi si riperde nell’ombra; alcuni li faccio innamorare e si allontano presto perché con me non si porta in fondo niente. Anche il primo amore non ha esitato a darmi le spalle e per tre mesi la vita ha girato attorno a me stessa. Inizio a pensare che quando mia nonna se ne andrá io sarò sola, nel vero senso della parola. E a crederlo sono così spaventata che stanotte servirá tutto il vento impetuoso del mare per farmi chiudere gli occhi. Non ho paura del vuoto, né della mancanza. La verità é che sono venuta al mondo piena di un amore che non vuole nessuno. Non mi si ricorda. Non c’é posto per me.